Un tifone in arrivo per Salvini

di Augusto Minzolini*

Le nubi nere della tempesta, accompagnate da tuoni, fulmini e saette, si stanno addensando sulla testa del vicepremier leghista.

Dentro l'aula di Montecitorio la nuova destra italiana, quella del sodalizio Lega-Fratelli d'Italia che ambisce a essere autosufficiente, è stata appena battuta dal resto del Parlamento su un ordine del giorno che prevede la «castrazione chimica» per i condannati di violenza alle donne.

E già nel Transatlantico si commenta il voto e lo strano scenario, che dovrebbe preoccupare sulla carta, il nuovo dominus della politica italiana, cioè Matteo Salvini.

«Prima era Di Maio a essere sotto i fulmini - osserva il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede - e ora rischia di finirci Salvini, sempre più visto come il perno del governo. E poi esagera con il protagonismo: addirittura la castrazione per chi ha condanne sotto i due anni... è assurdo. Così si è ritrovato solo con la Meloni. Detto questo, oggi in Parlamento c'è stata una bella pagina».

Per ora il tifone è ancora molto lontano, ma la meteorologia politica - una scienza quasi esatta - lo segnala in avvicinamento.

Il motivo è semplice: con i grillini che non hanno scelta, messi nella condizione di non potere neppure minacciare le elezioni per non rischiare di essere decimati, nelle prossime settimane il deus ex machina, l'architrave di un governo che piace sempre meno e che la crisi economica sta mettendo alla sbarra, sarà sempre più il Matteo leghista.

«È fatale», ammette il capogruppo dei deputati grillini, Francesco D'Uva, con una punta di compiacimento pregustando una tregua dopo il bombardamento che dura da mesi su Di Maio.

Anche perché l'aumento vertiginoso dei consensi alle elezioni europee per il Carroccio, accompagnato dal crollo dei 5 stelle (ipotesi suffragata da tutti i sondaggi), renderà ancora più plastica l'immagine di un Salvini uomo forte dell'esecutivo gialloverde.

Un dato che se da una parte gli assicurerà più potere, dall'altra lo trasformerà nel «bersaglio grosso» di quelli, in crescita, che paragonano l'attuale equilibrio politico ad una delle sette piaghe d'Egitto.

Il pericolo per il leader leghista, quindi, è che se non «staccherà la spina» o per dare vita a un nuovo governo o per andare a elezioni (opzione che ha una tempistica sempre più improbabile), si troverà a essere percepito come il Premier «ombra», il vero capo di un governo che non funziona.

Con il rischio di logorarsi senza essere neppure andato a Palazzo Chigi. «Il rischio è proprio questo - ammette il ministro dell'Agricoltura, Gianmarco Centinaio, uno dei fedelissimi del Capitano del Carroccio - ed è grosso. Glielo diciamo tutti e tutti i giorni, ma lui da questo orecchio non ci sente».

Il problema quindi non è il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che in un modo o nell'altro resterà al suo posto. Oppure la voglia di riscossa di Di Maio.

Semmai il processo strutturale che piano piano, dopo Giggino, trasformerà il leader della Lega nel nuovo parafulmine del governo sul quale fatalmente si scaricheranno tutte le tensioni: e non è mai successo che un esecutivo in discesa nell'indice di gradimento (una settimana fa era al 37%, cioè dieci punti in meno della somma delle percentuali dei due partner di maggioranza), riesca a risalire la china.

Anche perché il governo le risorse che aveva a disposizione, le ha già mangiate con reddito di cittadinanza e quota 100; ora la prospettiva, da brivido, per evitare l'ira dei mercati, è che in tempi brevi venga aumentata di un punto percentuale l'Iva. E con essa l'impopolarità.

I primi segnali che dovrebbero impensierire il leader leghista cominciano a intravedersi: nei parziali del sondaggio della maga Ghisleri di questa settimana, infatti, c'è una contrazione del dato leghista, mentre i grillini raggiungono di nuovo quota 20%.

Ieri, poi, Selvaggia Lucarelli notava su Il Fatto che il leader leghista comincia ad avere la peggio nel duello perenne che lo contrappone alla Boldrini su tweet: l'ultimo sul tema dell'immigrazione ha registrato tremila like per Salvini e 12mila per l'ex presidente della Camera.

I timori che la situazione si stia facendo ad alto rischio, cominciano a serpeggiare non solo nella compagine ministeriale (tutta), ma anche nella base parlamentare leghista.

«È una preoccupazione - confida l'umbro Riccardo Marchetti - condivisa da ministri e sottosegretari. Speriamo che se crollano al 20%, siano i grillini a staccare la spina. C'è una questione di fondo, difficile da superare: noi abbiamo una filosofia politica, loro il nulla».

Insomma, siamo arrivati al punto che i leghisti, per togliersi d'impaccio, sperano in una crisi di governo che preservi il futuro di Salvini. Un paradosso.

«L'aria sta cambiando - osserva Stefano Mugnai, coordinatore di Forza Italia in Toscana -: una volta quando Matteo arrivava in aula c'era un fremito, ieri non se n'è accorto nessuno.

Più si va avanti e più sarà percepito come il premier di un governo che fa male.

Perderà appeal senza essere, per giunta, neppure il presidente del Consiglio.

Almeno Renzi due anni c'è stato a Palazzo Chigi, lui se sbaglia mossa rischia di non andarci mai». «È evidente da settimane - spiega il grilino Luca Carabetta - che il Pd ha spostato il mirino da Di Maio a Salvini.

E noi non possiamo assecondarlo più su tutto, non possiamo seguirlo in una svolta a destra come la sua politica sui rom».

In questi frangenti, il premier leghista è obbligato a lasciarsi aperte una serie di opzioni per il dopo europee.

Se per lui la situazione si complicasse, se insistesse nella follia di fare a meno di Berlusconi a livello nazionale e i tempi impedissero l'ipotesi delle elezioni anticipate, il leader leghista potrebbe anche immaginare una maggioranza che metta insieme lui, la Meloni, un drappello di ipotetici fuoriusciti di Forza Italia e i «governativi» grillini guidati da Di Maio, terrorizzati dalle urne.

Del resto basta guardare le mosse di Giovanni Toti, suo interlocutore per una simile ipotesi.

Ieri il governatore della Liguria ha telefonato a un ex parlamentare di Forza Italia tornando a ipotizzare un «nuovo soggetto politico» insieme a Giorgia Meloni.

«Io non me ne andrò da Forza Italia - ha spiegato - sono loro che dovranno cacciarmi: ma intanto dobbiamo organizzarci».

La verità è che c'è tanta confusione in giro e il futuro incerto. Per tutti. Anche per Salvini, che per evitare lo scomodo ruolo di «premier ombra», potrebbe anche essere costretto, suo malgrado, a salire subito sul treno per Palazzo Chigi.

*www.ilgiornale.it

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